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1 febbraio 2011
Mi ritrovo a pensare a te
Mentre la neve scende, lenta e inesorabile, a coprire tutto attutendo i rumori, lascio che la sigaretta mi si consumi tra le dita e chiudo gli occhi. Fa freddo, il freddo che la mia città si merita, che forse l’uomo si merita, ed io sono tra quelli.
Il silenzio assordante della neve inizia a farsi strada dentro di me e mi ritrovo lì, davanti a quel chiosco mal tenuto, con il sole delle dodici, quello che ti scende a picco sul cranio, ad asciugarmi i capelli mentre tu mi prosciughi i pensieri.
D’un tratto fa caldo, fuori e dentro. Il cuore inizia a galoppare come solo a sedici anni, e sento le guance arrossarsi di te.
E ogni giorno era così, con te stretta in un bikini nero e con me a bere bibite, con la voglia matta di appoggiare le mie labbra sulle tue, che avrebbero avuto il sapore delle pesche.
Ne sono ancora convinto adesso dopo migliaia di giorni. E mi perdevo dentro quegli occhi scuri, a seguire il profilo del tuo naso, ad accarezzare con gli occhi i tuoi fianchi per poi scendere giù, a vergognarmi sul tuo sedere tondo per poi portare gli occhi sulla lista dei gelati o, più romanticamente, nel mare.
Neanche un bacio ma tanto amore.
Unilaterale.
Mio.
Egoista, io, non te ne ho mai parlato.
E ancora mi prendo in giro pensando che tu non te ne sia mai accorta.
Chissà dove sei, cosa fai, chi si perde nei tuoi occhi o chi appoggia lo sguardo prepotente sui tuoi glutei.
In fin dei conti poco m’importa.
Non ti ho mai baciata ma sei stata mia.
Per un’estate.
Tutta l’estate.
27 gennaio 2011
In Fiore #2
Sono quei silenzi che rendono il senso di un’amicizia. Puoi non vederti o sentirti per anni, puoi buttare parole sparse a riempire vuoti, come in ascensore tra un piano e l’altro, ma è nel silenzio che si risolve il senso di fratellanza.
Non è la frequenza, è lì intensità che fa l’amicizia, e nei silenzi l’intensità diventa palpabile, densa, viva.
Se ne stavano lì, seduti su quella panchina davanti al negozio di biancheria intima del centro commerciale. Lui aveva lo sguardo un po’ perso in mezzo a pizzi e manichini mezzi nudi, un pigiama blu navy e una camicia da notte di quelle che non usi di certo per dormire.
Giorgio continuava a guardarsi le mani, ogni tanti si passava l’unghia del pollice destro sotto quelle della mano sinistra. Poi alzava lo sguardo, sbirciava nella vetrina, abbassava la testa e la scuoteva appena.
Sembrava che il centro commerciale fosse tutto in attesa di una parola. Tutti sapevano che sarebbe arrivata ma solo Riccardo non ne sentiva l’esigenza.
In quei minuti, guardando la sua faccia, aveva già capito che il problema era il collegamento tra il cervello e il cuore. Perché finché rimangono scollegati la vita sembra avere un sapore dolce ma non appena gli impulsi si aprono un varco e arrivano a toccarsi, appena iniziano a parlarsi, tutto va a incasellarsi ed è più facile trovare le cose. Come in un ufficio postale.
Giorgio sospirò forte e si voltò verso Riccardo poi, con voce flebile, disse:
- “L’ultima volta che ci siamo visti eravamo qui. E’ stato una vita fa.”
Fece un’altra lunga pausa poi soggiunse:
- “Una vita fa…”
(continua)
amicizia
silenzi
cuore
intensità
frequenza
| inviato da Ofyp il 27/1/2011 alle 9:42 | |
24 gennaio 2011
In Fiore
L’ultima volta che lo vide era nello stesso posto, seduto davanti a un negozio di quel grande centro commerciale.
L’aveva colpito, quella volta, lo sguardo assorto e il leggero sorriso che aveva dipinto in faccia. Aveva un’aria sognante, pregna di quei sogni che fanno sussultare il cuore.
Stringeva tra le mani una busta di carta chiara con una scritta blu, riempita pochi minuti prima nel negozio di fronte.
Erano passati sei anni. Da quel momento, da quando aveva in viso l’amore stordente dei primi tempi, da quando stava seduto a pregustare serate romantiche e nottate di passione, non l’aveva più né visto né sentito.
Non per cattiveria o negligenza, Giorgio era una di quelle persone con le quali faceva piacere stare, sempre acuto e pieno di saggezza, e neanche per dimenticanza: per routine.
Si era lasciato travolgere dagli eventi e le telefonate, per non parlare delle uscite, si erano ridotte al lumicino per poi spegnersi, così, come avessero aperto la porta a far corrente sulla sua torta di compleanno.
- “Giorgio…”, esordì.
- “Ehi…”, rispose l’uomo con voce flebile e nera.
- “Una vita che non ci vediamo!”
- “Si, una vita…”
- “Non hai una bella faccia…”
- “Problemi di consapevolezza.” Era sempre incredibilmente fermo.
- “Mmm?”
- “La amo da morire ma inizio a chiedermi perché”.
Si sedette di fianco a Giorgio che neanche alzò la testa. Rimasero lunghi minuti in silenzio, l’uno a fissarsi le mani e l’altro ad aspettare una parola.
(continua)
19 gennaio 2011
Carezze
Guardo la mano di lei scendere lenta sulla guancia di lui. Lui piega la testa quel tanto che basta per sentirla il più possibile. Ha la barba da fare e si preoccupa di non ferirla. Lei non se ne cura e lascia che il suo pollice compia un leggero movimento rotatorio verso il palmo, disegnando un arco verso l’esterno, sfiorandogli il labbro.
Lui si lascia andare e la cinge in vita, appoggiando la mano sulla cintura e accarezzando con il polpastrello dell’indice su un lembo di pelle lasciata nuda dalla posizione e dal maglione corto.
Lei lo guarda come farà per poco: rapita, assorta, completamente persa nei suoi occhi azzurri. Ci sono momenti che durano, fortunatamente, talmente poco che ti si imprimono nel cervello e rimangono come cicatrici. Ma belle, come quelle che mostri orgoglioso alle cene tra amici, quella di quando sei caduto in bici per scappare dal signore del primo piano che ti rincorreva, urlando, perché non si passa da lì, no.
Ogni tanto ci ritorni, che ti fa star bene.
Poi pensi che è una vita che non succede e continui a guardare quei due che, intanto, hanno iniziato a baciarsi.
Ad occhi chiusi.
amore
sguardo
ricordi
cicatrici
mi manca
| inviato da Ofyp il 19/1/2011 alle 15:37 | |
17 gennaio 2011
Prime volte
Vederla così è stato uno spettacolo.
Uscire da soli, se così si può dire, per la prima volta regala un senso di libertà che è difficile anche solo da gestire. Bambini che diventano grandi o grandi che tu vedi ancora bambini poco importa.
La sensazione che deve dare dev’essere forte, frizzante, un misto di paure e curiosità.
Loro, tutte insieme e da “sole” per la prima volta. A fare le grandi.
Così le guardi davanti al cinema a fare la coda, sotto supervisione, è vero, ma in autonomia. Le vedi uscire e scattarsi foto, per immortalare il momento, poi via a scorrazzare per il centro commerciale.
Corrono, come se dovessero bruciare il tempo. Stanno dentro un negozio meno di un minuto e poi via, dentro un altro.
A far niente, a fare le donne, basta.
Poi patatine e cola, come adolescenti, e di nuovo da papà che ti porta a casa.
La guardi e sorridi.
Perché lei si sente grande ma sarà per sempre la tua bambina.
E lei lo sa.
piccole donne crescono
| inviato da Ofyp il 17/1/2011 alle 16:44 | |
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