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Racconti brevi #11.
post pubblicato in Diario, il 9 giugno 2006
Lo lascio qui, perchè non ci sarò per un po'. Qualche giorno di ferie lo merito. E' lungo, se vi va, leggetelo a pezzi.

”Latte di mandorle”

    ”Scusi, ma lei lo conosce quell’uomo?”
   Il barista, un uomo sui cinquant’anni, brizzolato e col viso tondo, con la sua camicia bianca sporca sulla pancia e il sudore che allargava macchie scure sotto le ascelle, mi guardava perplesso.
”E’ Michele. Da quando lavoro qui lo vedo tutti i giorni, non ne passa uno che non vada là, alla stessa ora”, rispose, indicando con il mento la fine del molo.
   Lo guardavo camminare, lo sguardo dritto verso l’orizzonte azzurro del mare, dove l’acqua fa l’amore con il cielo. Il vento teso che arrivava da sud gli attaccava i pantaloni ocra addosso facendo svolazzare i lembi della camicia bianca. C’erano lui, vestito di sabbia e nuvole come il molo, il suo volto tagliato dal sole e dal sale, il mare, il vento. Il passo lento, i piedi nudi, i pantaloni risvoltati a mezzo polpaccio. L’acqua sembrava riconoscerlo, facendosi più mossa, salutando con increspature bianche, buttandosi contro gli scogli artificiali nel vano tentativo di toccarlo, almeno con una goccia sfuggita aiutata dalla brezza. Arrivava fino in fondo al molo, metteva le mani in tasca poi, senza batter ciglio, senza smorfie, fissava laggiù, respirando forte.
   Iniziai ad andare al bar alle diciotto e, tutte le sere, sorseggiando un latte di mandorle fresco, lo guardavo passare, senza dire una parola, fermo e deciso. Il barista me lo indicava, ogni volta, con il mento. Arrivava, camminava, raggiungeva la fine del molo e metteva le mani in tasca, poi guardava il mare. Stava lì per un’ora o due. Quando si accendeva una sigaretta sapevo che di lì a poco se ne sarebbe andato. Mi sembrava che nel momento preciso in cui tirava fuori dei cerini da una piccola scatola il vento, per rispetto, si fermasse. Gli lasciava accendere la sigaretta e poi tornava a soffiare. Lui la finiva, la spegneva in terra e la metteva in un fazzoletto di carta, portandosela via. Tutti i giorni, qualsiasi fossero le condizioni atmosferiche, qualsiasi cosa fosse successa, lui era là.
   Mi piaceva osservarlo. Dava sensazioni particolari. Sembrava un tutt’uno con la natura circostante, come se fosse parte del molo, del mare. Persino i gabbiani gli si avvicinavano senza timore. Lui li guardava volteggiare sopra la sua testa per qualche secondo mentre stridevano, cullati dal vento. Sembravano fermi, quasi dipinti. Poi li lasciava andare, appoggiando ancora lo sguardo sul mare. C’erano giorni in cui tirava fuori dalle tasche qualcosa che io, dal tavolino bianco del bar, non riuscivo a vedere. Credo pane. Lo teneva in mano, lo porgeva ai gabbiani. Un uomo, il sole, il mare, il vento, i gabbiani. Eppure era magia.
   Una pomeriggio, dopo aver sorseggiato l’ennesima dolce bevanda, m’incamminai anche io. Cercai di percorrere il molo nello stesso modo, tolsi persino le scarpe. Il vento sul molo era più forte di quanto potessi pensare, gli schizzi del mare si sentivano, minuscole molecole d’acqua e sale mi inumidivano il viso mentre il sole lo seccava assetato. Arrivato in fondo al pontile non trovai i gabbiani a farmi compagnia e il mare non s’increspò a salutarmi. Fissavo l’orizzonte, seguivo il sole che di lì a poco si sarebbe tuffato in acqua, mi lasciavo portare un po’ dal vento, mi abbandonavo al rumore delle onde che morivano lì ad un metro da me, fra spruzzi e schiuma. Assorto com’ero non mi accorsi del suo arrivo. Annunciato a gran voce dai gabbiani mi comparve a fianco. Fermi, come due fari spenti, a guardare il mare, mentre lui guardava noi.
   “E’ un po’ che la osservo”. Un’affermazione che avrei dovuto fare io e che mi spiazzò, completamente.
   “Scusi?”
   “E’ un po’ che sta seduto là, al bar, stesso tavolino, stessa ora, stesso latte di mandorle. Lei guarda me, io guardo lei. Fra poco, come tutti gli altri, andrà via mentre io continuerò a venire qua, tutti i giorni.”
   “Si, mi spiace aver fatto l’impressione dell’impiccione”, non mi veniva un’altra parola in quel momento, “ma mi incuriosiva, non tanto il fatto che lei venisse qua, è che… c’è una magia, qualcosa di stupefacente ed allo stesso tempo eccezionale”, conclusi, sentendomi stupido. Lui annuì senza lasciare che lo sguardo lasciasse l’orizzonte.
  
“Lei è venuto fin qui, non l’aveva fatto nessuno prima, perché?”
   “Volevo vivere quella magia, volevo vedere se succedeva anche a me, volevo capire cosa attira un uomo tutti i giorni su un molo, fra vento e sale…”
   Mi prese la mano sinistra, una stretta forte, decisa, di mano calda nonostante l’aria, di mano che ha conosciuto lavoro duro.
   “Senta”, mi disse.
   “Non sento nessun rumore, il vento è forte…”
  
“Senta”, ripeté, “chiuda gli occhi se non ne è capace, ma senta, non ascolti, senta.”
   Chiusi gli occhi, nulla. Solo il vento e il rumore del mare.
   “Mi spiace…”
   “Ssshhh”, mi azzittì. “Senta. Qui è dove si incontrano il mare, il sole ed il vento. Qui è dove c’è l’essenza di tutto. Il mare, l’acqua, la vita. Il sole, la luce, il calore. Il vento, la forza, sposta odori e sapori, se si impegna ci può sentire le spezie Tunisine dentro…”
   Rapito letteralmente dal parlare lento e sicuro, da parole dal peso enorme, riaperti gli occhi non riuscivo che a guardare lontano.
   “Lei vuole sapere perché vengo qua?”
   “Si…”
   “Per farmi trovare. La magia, come la chiama lei, di questo posto si sente, si palpa. Questo è il luogo da dove ho visto partire pescatori e militari, questo è il punto da dove partivo e dove tornavo carico di pesce e sonno. Io qui ci sono nato e qui voglio morire. La morte arriva quando meno te lo aspetti. Io vedo di farmi trovare, qui, ogni giorno, alla stessa ora. Potrei essere ovunque ma se lei vuole prendermi, sa che qui, dopo le sei, mi trova.”
   Ora sentivo, forte. Il profumo dello zenzero, del cumino, della cannella. Il profumo del mare, del pesce, di notti passate a gettare reti e di attese, di partite a briscola su pescherecci colorati ed oscillanti, di mani spaccate da funi e di vite intrecciate. Sentivo.
   “Ho capito…”, non riuscii a dire altro.
   “Ora vada, buon rientro”, disse, senza guardarmi.
   Non una parola, mi voltai e iniziai a camminare nel vento.
  
   Tornai l’anno dopo e la prima cosa che feci, dopo aver sistemato i bagagli, fu di andare al molo. Il bar c’era ancora, il barista sudato anche. Aspettai le sei, in silenzio, alla fine del molo. Dopo un ora di attesa tornai nel bar a chiedere di Michele. Il barista mi invitò a sedermi e mi portò da bere.
   “Michele è morto quasi un anno fa. E’ morto la, in cima al molo, alle sei e dieci del pomeriggio. Me lo ricordo come fosse ieri. E’ entrato qui dentro e mi ha detto che prima o poi sarebbe arrivato un uomo, ha detto, sarebbe andato fino in fondo al molo, ha detto, proprio come faccio io, ha detto, poi sarebbe entrato a chiedere di lui. Mi ha dato cinque euro e mi ha detto di dire che questa la offre lui. Poi è andato laggiù, come sempre, poi non l’ho visto più. Non capisco ma mi adeguo.” Poi sorrise, ancora perplesso, e si allontanò.
   Fu l’ultimo latte di mandorle della mia vita.




permalink | inviato da il 9/6/2006 alle 9:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (18) | Versione per la stampa
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