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Racconti brevi #9.
post pubblicato in Diario, il 7 marzo 2006

Davanti al mare.

Guardava l’orizzonte come se non l’avesse mai visto prima. I piedi, nudi, affondati nella sabbia del bagnasciuga, e le onde che, lente, impetuose e fragili, gli abbracciavano le caviglie come volessero portarlo via con se. I pantaloni color cachi risvoltati fino a metà polpaccio, la camicia bianca con i lembi mossi da una leggera brezza. Le mani affondate nelle tasche. Alla sua sinistra, dietro la collinetta sulla quale era addormentata la città alta, il sole stava salutando il giorno, nascondendosi, timido, come per scusarsi del disagio arrecato. La luna, già alta come nelle sere d’estate, lo guardava e ne rideva un po’. Avrebbe preso in mano la situazione tramutando in amore i caldi affetti nati di fronte al mare.
A lui, però, di luna, sole ed amori da spiaggia non interessava nulla. Lo guardava, con i piedi dentro, come si guarda un avversario forte, invincibile. Strizzava gli occhi cercando qualcosa al di la dell’orizzonte, qualcosa che sicuramente c’era. Tre gabbiani volavano, uno a fianco all’altro, quasi al pelo dell’acqua. Uno di loro fece una virata verso destra, si alzò, scese per una breve picchiata ed infilò la testa alla ricerca di un pesce. Ne uscì a becco vuoto e diede due colpi d’ali forti per raggiungere i compagni. Lui seguì tutta la scena senza batter ciglio. Vide le onde leggere della sera aprirsi per far entrare il becco arancione e richiudersi, come ferite, ma molto più velocemente.

Sorrise. Gli angoli degli occhi formarono tre raggi verso l’esterno, coprendo così il bianco delle rughe non abbronzate. Chi viaggia per mare ha la carne color del bronzo, chi ha la sua età ha dei solchi chiari lungo tutto il viso, figli di anni di lotta per tirare fuori da quell’enorme pozzo azzurro sostentamento e vita.
Non pescava più. Da anni. Aveva trovato altri modi per vivere. Non era riuscito ad entrare in acqua più di quanto lo fosse ora dopo l’incidente. Si era salvato per miracolo, un miracolo che fu una dannazione. Erano in quattro su peschereccio, si salvarono in tre. Lui, Mimmo detto “U’ Spada” e Tonino, il ragazzino, il mozzo. Franco, suo figlio, cadde e non tornò più su, neanche per un secondo, neanche per una boccata di aria. Nulla. Il mare in burrasca non favorì le ricerche ma tanto lui sapeva che non l’avrebbe più rivisto. Se il mare decide che ti deve portare con se, ti prende e basta, senza chiedere.
Ogni sera, da quel giorno, lui scendeva in spiaggia, al tramonto. Percorreva i cento metri scarsi dalla la strada, ormai asfaltata da anni, si toglieva le scarpe marroni, quelle di cuoio, quelle della festa, si sfilava i calzini e li appallottolava lentamente dentro ogni calzatura. Poi camminava, guardandolo dritto negli occhi blu, fissando il suo limite, l’orizzonte, e ci entrava dentro, fino alle caviglie.

Il mare, senza curarsi dell'odio, lo abbracciava, di continuo, onda dopo onda. “Perché tu sei così”, gli diceva, sottovoce, “dai e prendi quando vuoi. Quando l’hai portato via l'hai fatto senza chiedere. Ora, per scusarti, abbracci le mie caviglie nude, come amante in adorazione. Ti ho amato, e m'hai preso un figlio, ora t’odio e ti prostri a me.”
Poi si allontanava, prendeva le scarpe in mano e a piedi nudi, senza mai voltarsi, tornava a casa mentre lui, il mare, sembrava diventare più grosso per farsi sentire anche da lontano.




permalink | inviato da il 7/3/2006 alle 12:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa
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