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Racconti brevi 10.
post pubblicato in Diario, il 26 aprile 2006

Sara – (Piccolo tributo a E.A.Poe).
Questo è un Post lungo, a tempo. Verrà pubblicato in dispense alle ore 9.00, 11.00, 13.00 e 15.00 circa.

La storia che sto per raccontarti ha dell’incredibile, ne convengo, ma è troppo tempo che nascondo questo segreto e, già me ne scuso, ho scelto te per sollevare da un peso enorme la mia coscienza. Quando sono venuto ad abitare nella vecchia casa dei miei genitori non immaginavo di rimanere invischiato in tale delirante pensiero, in una follia che pian piano mi ha travolto, lasciandomi col dubbio atroce di esser pazzo o di vivere una realtà ancor più spaventosa.
La prima volta che varcai la soglia della casa un’aria diversa mi pervase. In questa costruzione antica ci sono cresciuto insieme a mio fratello ed ai miei genitori e l’avevo sempre trovata accogliente, calda ed ospitale. Quella volta fu diverso. Ricordo ancora l’aria gelida che mi colpì, tagliente, regalandomi brividi, in quella calda mattina di luglio. I mobili, poi, sembravano avessero vita, un’impressione che non mi avevano mai fatto. Ricordo che, da bambino, dormivo da solo nella mia stanza senza alcun timore, senza neanche la più fanciullesca paura, quasi protetto da quelle mura in mattoni rossi. Forse anche perché, ignaro del passato dell’edificio, non c’era bisogno ne avessi, coccolato com’ero da tutta la mia famiglia, essendo il più piccolo dei figli e per via della mia corporatura esile. Per non parlare delle mille piccole e grandi malattie che mi accompagnarono per tutta l’infanzia per poi lasciarmi soltanto nella più avanzata adolescenza.
I primi giorni all’intero di questa casa a due piani li passai a perlustrare in lungo e in largo ogni angolo, ogni anfratto, ogni suppellettile. M’incuriosiva trovare piccole ammaccature sui mobili, sotto la polvere, laddove ricordavo averle lasciate. M’inebriava poter finalmente infilare mani, occhi ed attenzione fra le carte dei miei genitori, scoprire cosa tenevano celato in quei mobili che a lungo avevo immaginato di aprire, capire finalmente com’era la vita di queste due persone così dure ed affettuose allo stesso tempo. Fu così che scoprii che mia madre aveva alcune essenze al profumo di fiori, al più violette, che utilizzava esclusivamente quando andava a letto e che mio padre leggeva prevalentemente romanzi d’amore. Poi lettere, biglietti, piccoli messaggi lasciati l’un all’altra e viceversa, fin agli ultimi giorni della loro comune esistenza.

(continua alle ore 11.00).




permalink | inviato da il 26/4/2006 alle 8:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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