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Mi ritrovo a pensare a te
post pubblicato in Diario, il 1 febbraio 2011

Mentre la neve scende, lenta e inesorabile, a coprire tutto attutendo i rumori, lascio che la sigaretta mi si consumi tra le dita e chiudo gli occhi. Fa freddo, il freddo che la mia città si merita, che forse l’uomo si merita, ed io sono tra quelli.
Il silenzio assordante della neve inizia a farsi strada dentro di me e mi ritrovo lì, davanti a quel chiosco mal tenuto, con il sole delle dodici, quello che ti scende a picco sul cranio, ad asciugarmi i capelli mentre tu mi prosciughi i pensieri.
D’un tratto fa caldo, fuori e dentro. Il cuore inizia a galoppare come solo a sedici anni, e sento le guance arrossarsi di te.
E ogni giorno era così, con te stretta in un bikini nero e con me a bere bibite, con la voglia matta di appoggiare le mie labbra sulle tue, che avrebbero avuto il sapore delle pesche.
Ne sono ancora convinto adesso dopo migliaia di giorni. E mi perdevo dentro quegli occhi scuri, a seguire il profilo del tuo naso, ad accarezzare con gli occhi i tuoi fianchi per poi scendere giù, a vergognarmi sul tuo sedere tondo per poi portare gli occhi sulla lista dei gelati o, più romanticamente, nel mare.
Neanche un bacio ma tanto amore.
Unilaterale.
Mio.
Egoista, io, non te ne ho mai parlato.
E ancora mi prendo in giro pensando che tu non te ne sia mai accorta.
Chissà dove sei, cosa fai, chi si perde nei tuoi occhi o chi appoggia lo sguardo prepotente sui tuoi glutei.
In fin dei conti poco m’importa.
Non ti ho mai baciata ma sei stata mia.
Per un’estate.
Tutta l’estate.


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permalink | inviato da Ofyp il 1/2/2011 alle 13:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
In Fiore
post pubblicato in Diario, il 24 gennaio 2011

L’ultima volta che lo vide era nello stesso posto, seduto davanti a un negozio di quel grande centro commerciale.
L’aveva colpito, quella volta, lo sguardo assorto e il leggero sorriso che aveva dipinto in faccia. Aveva un’aria sognante, pregna di quei sogni che fanno sussultare il cuore.
Stringeva tra le mani una busta di carta chiara con una scritta blu, riempita pochi minuti prima nel negozio di fronte.
Erano passati sei anni. Da quel momento, da quando aveva in viso l’amore stordente dei primi tempi, da quando stava seduto a pregustare serate romantiche e nottate di passione, non l’aveva più né visto né sentito.
Non per cattiveria o negligenza, Giorgio era una di quelle persone con le quali faceva piacere stare, sempre acuto e pieno di saggezza, e neanche per dimenticanza: per routine.
Si era lasciato travolgere dagli eventi e le telefonate, per non parlare delle uscite, si erano ridotte al lumicino per poi spegnersi, così, come avessero aperto la porta a far corrente sulla sua torta di compleanno.
- “Giorgio…”, esordì.
- “Ehi…”, rispose l’uomo con voce flebile e nera.
- “Una vita che non ci vediamo!”
- “Si, una vita…”
- “Non hai una bella faccia…”
- “Problemi di consapevolezza.” Era sempre incredibilmente fermo.
- “Mmm?”
- “La amo da morire ma inizio a chiedermi perché”.
Si sedette di fianco a Giorgio che neanche alzò la testa. Rimasero lunghi minuti in silenzio, l’uno a fissarsi le mani e l’altro ad aspettare una parola.
(continua)


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permalink | inviato da Ofyp il 24/1/2011 alle 9:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Carezze
post pubblicato in Diario, il 19 gennaio 2011

Guardo la mano di lei scendere lenta sulla guancia di lui. Lui piega la testa quel tanto che basta per sentirla il più possibile. Ha la barba da fare e si preoccupa di non ferirla. Lei non se ne cura e lascia che il suo pollice compia un leggero movimento rotatorio verso il palmo, disegnando un arco verso l’esterno, sfiorandogli il labbro.
Lui si lascia andare e la cinge in vita, appoggiando la mano sulla cintura e accarezzando con il polpastrello dell’indice su un lembo di pelle lasciata nuda dalla posizione e dal maglione corto.
Lei lo guarda come farà per poco: rapita, assorta, completamente persa nei suoi occhi azzurri. Ci sono momenti che durano, fortunatamente, talmente poco che ti si imprimono nel cervello e rimangono come cicatrici. Ma belle, come quelle che mostri orgoglioso alle cene tra amici, quella di quando sei caduto in bici per scappare dal signore del primo piano che ti rincorreva, urlando, perché non si passa da lì, no.
Ogni tanto ci ritorni, che ti fa star bene.
Poi pensi che è una vita che non succede e continui a guardare quei due che, intanto, hanno iniziato a baciarsi.
Ad occhi chiusi.


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permalink | inviato da Ofyp il 19/1/2011 alle 15:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Fantastico
post pubblicato in Diario, il 4 gennaio 2011

La prima - e unica, se dobbiamo dirla tutta – volta che la vide aveva in mano un grosso zucchino scuro.
Lui, non lei.
Non era una situazione semplice da gestire: quando inizia a batterti il cuore all’impazzata, quando senti una scarica elettrica che inizia a scendere verso il basso ventre e, nel seguirla con lo sguardo, ti ritrovi in mano un’esplosione di virilità che neanche nei tuoi sogni migliori avrai mai, la cosa migliore da fare e appoggiare lo zucchino in mezzo agli altri e scomparire.
Ma lei non lo aveva visto.
Rimase lì, inebetito dall’emozione.
Lei era voltata verso la sua destra, con gli occhi nocciola persi nel reparto pescheria. Lui riusciva a scorgerne il profilo nascosto dai capelli scuri. La sua guancia, accaldata dallo sbalzo termico, sembrava ceramica dipinta di rosso. La ragazza distolse lo sguardo dai pesci e si voltò verso di lui. Aveva una linea marcata di eyeliner a mettere in risalto uno sguardo magnetico di cui riusciva a percepire l’attrazione. Probabilmente anche i poli stavano meditando di spostarsi. Lui no, non riusciva a muoversi, prigioniero di quella linea di elettricità che gli andava dal cuore al basso ventre. Più al basso ventre.
Un giubbotto invernale copriva gran parte del tronco, lasciando intravedere appena il solco tra i piccoli seni. Un maglione lungo, jeans anonimi e scarpe da ginnastica. Su un bel corpo, va bene.
Qualche minuto dopo si sarebbe chiesto del perché di tanta attrazione in un tripudio di normalità. Sarà stata la chimica, si, la chimica, si risponderà.
La ragazza iniziò a muoversi verso di lui, il battito del cuore cominciò una galoppata nell’ippodromo dei sensi. I capelli le si muovevano lenti, quasi al rallentatore. Se la immaginò infilata in un tubino nero, con reggiseno di pizzo a vista e tacchi alti, tanto per non farsi mancare nulla.
Iniziava ad avere caldo.
Quando gli passò accanto ne riuscì a percepire il profumo. Un’altra botta alla sua ormai vacillante sanità ormonale.
“Se continua a fare confronti non ne esce felice…”.
Una voce stridula ma pacata lo destò dal suo sogno. In piedi davanti a una distesa verde scuro, con in mano un grosso zucchino, fermo in mezzo al reparto ortofrutta di un supermercato. Di fianco a lui una signora sull’ottantina guardava un po’ lui un po’ lo zucchino, ridendo. Sorrise, lascio andare l’ortaggio ormai caldo e logoro e si diresse al reparto gastronomia.
La incontrò altre sei volte tra le corsie e tutte le volte gli sembrava che il cuore gli uscisse dal petto. Forse sarebbe più corretto non dire cuore e non dire petto, magari patta: sarebbe stato meno romantico ma, in fin dei conti, quando uno fantastica, fa quello che gli pare.
Anche al supermercato.

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