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In Fiore #2
post pubblicato in Diario, il 27 gennaio 2011

Sono quei silenzi che rendono il senso di un’amicizia. Puoi non vederti o sentirti per anni, puoi buttare parole sparse a riempire vuoti, come in ascensore tra un piano e l’altro, ma è nel silenzio che si risolve il senso di fratellanza.
Non è la frequenza, è lì intensità che fa l’amicizia, e nei silenzi l’intensità diventa palpabile, densa, viva.
Se ne stavano lì, seduti su quella panchina davanti al negozio di biancheria intima del centro commerciale. Lui aveva lo sguardo un po’ perso in mezzo a pizzi e manichini mezzi nudi, un pigiama blu navy e una camicia da notte di quelle che non usi di certo per dormire.
Giorgio continuava a guardarsi le mani, ogni tanti si passava l’unghia del pollice destro sotto quelle della mano sinistra. Poi alzava lo sguardo, sbirciava nella vetrina, abbassava la testa e la scuoteva appena.
Sembrava che il centro commerciale fosse tutto in attesa di una parola. Tutti sapevano che sarebbe arrivata ma solo Riccardo non ne sentiva l’esigenza.
In quei minuti, guardando la sua faccia, aveva già capito che il problema era il collegamento tra il cervello e il cuore. Perché finché rimangono scollegati la vita sembra avere un sapore dolce ma non appena gli impulsi si aprono un varco e arrivano a toccarsi, appena iniziano a parlarsi, tutto va a incasellarsi ed è più facile trovare le cose. Come in un ufficio postale.
Giorgio sospirò forte e si voltò verso Riccardo poi, con voce flebile, disse:
- “L’ultima volta che ci siamo visti eravamo qui. E’ stato una vita fa.”
Fece un’altra lunga pausa poi soggiunse:
- “Una vita fa…”
(continua)


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permalink | inviato da Ofyp il 27/1/2011 alle 9:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Fantastico
post pubblicato in Diario, il 4 gennaio 2011

La prima - e unica, se dobbiamo dirla tutta – volta che la vide aveva in mano un grosso zucchino scuro.
Lui, non lei.
Non era una situazione semplice da gestire: quando inizia a batterti il cuore all’impazzata, quando senti una scarica elettrica che inizia a scendere verso il basso ventre e, nel seguirla con lo sguardo, ti ritrovi in mano un’esplosione di virilità che neanche nei tuoi sogni migliori avrai mai, la cosa migliore da fare e appoggiare lo zucchino in mezzo agli altri e scomparire.
Ma lei non lo aveva visto.
Rimase lì, inebetito dall’emozione.
Lei era voltata verso la sua destra, con gli occhi nocciola persi nel reparto pescheria. Lui riusciva a scorgerne il profilo nascosto dai capelli scuri. La sua guancia, accaldata dallo sbalzo termico, sembrava ceramica dipinta di rosso. La ragazza distolse lo sguardo dai pesci e si voltò verso di lui. Aveva una linea marcata di eyeliner a mettere in risalto uno sguardo magnetico di cui riusciva a percepire l’attrazione. Probabilmente anche i poli stavano meditando di spostarsi. Lui no, non riusciva a muoversi, prigioniero di quella linea di elettricità che gli andava dal cuore al basso ventre. Più al basso ventre.
Un giubbotto invernale copriva gran parte del tronco, lasciando intravedere appena il solco tra i piccoli seni. Un maglione lungo, jeans anonimi e scarpe da ginnastica. Su un bel corpo, va bene.
Qualche minuto dopo si sarebbe chiesto del perché di tanta attrazione in un tripudio di normalità. Sarà stata la chimica, si, la chimica, si risponderà.
La ragazza iniziò a muoversi verso di lui, il battito del cuore cominciò una galoppata nell’ippodromo dei sensi. I capelli le si muovevano lenti, quasi al rallentatore. Se la immaginò infilata in un tubino nero, con reggiseno di pizzo a vista e tacchi alti, tanto per non farsi mancare nulla.
Iniziava ad avere caldo.
Quando gli passò accanto ne riuscì a percepire il profumo. Un’altra botta alla sua ormai vacillante sanità ormonale.
“Se continua a fare confronti non ne esce felice…”.
Una voce stridula ma pacata lo destò dal suo sogno. In piedi davanti a una distesa verde scuro, con in mano un grosso zucchino, fermo in mezzo al reparto ortofrutta di un supermercato. Di fianco a lui una signora sull’ottantina guardava un po’ lui un po’ lo zucchino, ridendo. Sorrise, lascio andare l’ortaggio ormai caldo e logoro e si diresse al reparto gastronomia.
La incontrò altre sei volte tra le corsie e tutte le volte gli sembrava che il cuore gli uscisse dal petto. Forse sarebbe più corretto non dire cuore e non dire petto, magari patta: sarebbe stato meno romantico ma, in fin dei conti, quando uno fantastica, fa quello che gli pare.
Anche al supermercato.

Il tempo vola
post pubblicato in Diario, il 29 dicembre 2010

Il freddo impera. C’è poco da fare quando stai sotto zero per tanto - troppo - tempo le ossa diventano fragili e i muscoli si indolenziscono a star tesi. Perché al freddo si sta duri, credo sia l’inizio del processo fisico del congelamento, anche se Wikipedia non credo sia d’accordo.
Pensavo, stamattina, mentre i Poisonblack riempivano l’abitacolo della mia auto. Sono tre anni che ho ripreso a viaggiare in auto per andare e tornare da lavoro. Non mi piace guidare in città, preferisco di gran lunga le autostrade. Mi mancano i mezzi con la loro umanità e le loro facce, anche il loro odore quando piove, ultimamente.
Pensavo. Pensavo a questi ultimi due o tre anni. Scomparso da qui e da tanti altri luoghi per mettere le basi di un futuro che odierò. Le premesse non sono ottime, ma questo è.
Ho lavorato. Tanto. Ho imparato, da persone esigenti, che è il meglio che si possa fare: solo chi pretende tanto insegna tanto.
Alla fine ho viaggiato. 21.000 chilometri in cinque settimane, sei città, due continenti, culture diverse e cucine inconsuete. Alberghi e solitudine. Quando viaggi per lavoro è così e ti innervosisci parecchio quando la gente ti dice “beato te”.  Giorni serrati, tutti in lingua inglese. Notti eremitiche, tutte col cuore stretto.
 Un giorno voglio annotare due parole sulle serate: passate sulle Ramblas, davanti a Notre-Dame, a innamorarmi delle ragazze di Soho, ai mercatini di Natale di Francoforte.
Due parole anche sull’odore di Nuova Delhi o sull’effetto che fa stare sulla spiaggia di Marina Beach, a Chennai, sapendo che quella distesa azzurra cinque anni prima ha ucciso un sacco di gente.
SI, ho imparato tanto.

E il tempo è volato, come me.
Chissà se vola in business o in economy.


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permalink | inviato da Ofyp il 29/12/2010 alle 9:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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