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Ma se ghe pensu
post pubblicato in Diario, il 10 gennaio 2011
Ci sono giorni, volte… momenti. Ecco, momenti.
Ci sono momenti in cui vorrei essere travolto. Ma non da un camion o da chissà quale forza oscura. Travolto, preso e portato via, lontano. Senza pensieri, senza pensare.
Senza pensare. Come un sasso portato via dal fiume Colorado.
Il Colorado mi ha sempre fatto impressione, con le sue ripide rapide, con la sua forza erosiva, con la sua potenza.
Ieri mattina la ragazzina bionda del primo piano mi ha tenuto aperto il portone e mi ha sorriso. Sembra avere il sole dentro. Che poi la chiamo ragazzina solo perché ha la metà dei miei anni, ma è adulta e cosciente.
Consenziente lo sarà con chi le pare.
Avevo addosso una quantità inverosimile di buste di differenziata e facevo quasi fatica a camminare. Lei mi ha visto, mi ha aspettato e mi ha sorriso. Mi sorride sempre. Veder la gente che sorride in questo periodo è cosa rara, sarà per questo che cerco di mantenerne il ricordo il più possibile.
Le ho detto grazie, gentilissima, mi ha risposto: “ma si figuri…”
Mi ha dato del lei.
Devo farmene una ragione, ormai è un po’ che succede. Un bel po’.
Pensare che una ragazza carina, gentile, che ti sorride e ti aiuta, alla quale mentre si allontana sotto il portico non riesci a fare a meno che guardare il sedere – diciamoci la verità, dai, ometti – possa avere la metà dei tuoi anni è deleterio, soprattutto se è più che maggiorenne.
Per te, non per lei.
Torno a casa e mi guardo allo specchio, qualche pelo di barba bianca in più c’è.
E la vita che ti corre attorno, un po’ cresci, un po’ invecchi.
Il lume della ragione è sempre sottovento, flebile fiammella: kerosene o ketamina come carburante non fa differenza.
Al tempo non si sK.
Il tempo vola
post pubblicato in Diario, il 29 dicembre 2010

Il freddo impera. C’è poco da fare quando stai sotto zero per tanto - troppo - tempo le ossa diventano fragili e i muscoli si indolenziscono a star tesi. Perché al freddo si sta duri, credo sia l’inizio del processo fisico del congelamento, anche se Wikipedia non credo sia d’accordo.
Pensavo, stamattina, mentre i Poisonblack riempivano l’abitacolo della mia auto. Sono tre anni che ho ripreso a viaggiare in auto per andare e tornare da lavoro. Non mi piace guidare in città, preferisco di gran lunga le autostrade. Mi mancano i mezzi con la loro umanità e le loro facce, anche il loro odore quando piove, ultimamente.
Pensavo. Pensavo a questi ultimi due o tre anni. Scomparso da qui e da tanti altri luoghi per mettere le basi di un futuro che odierò. Le premesse non sono ottime, ma questo è.
Ho lavorato. Tanto. Ho imparato, da persone esigenti, che è il meglio che si possa fare: solo chi pretende tanto insegna tanto.
Alla fine ho viaggiato. 21.000 chilometri in cinque settimane, sei città, due continenti, culture diverse e cucine inconsuete. Alberghi e solitudine. Quando viaggi per lavoro è così e ti innervosisci parecchio quando la gente ti dice “beato te”.  Giorni serrati, tutti in lingua inglese. Notti eremitiche, tutte col cuore stretto.
 Un giorno voglio annotare due parole sulle serate: passate sulle Ramblas, davanti a Notre-Dame, a innamorarmi delle ragazze di Soho, ai mercatini di Natale di Francoforte.
Due parole anche sull’odore di Nuova Delhi o sull’effetto che fa stare sulla spiaggia di Marina Beach, a Chennai, sapendo che quella distesa azzurra cinque anni prima ha ucciso un sacco di gente.
SI, ho imparato tanto.

E il tempo è volato, come me.
Chissà se vola in business o in economy.


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permalink | inviato da Ofyp il 29/12/2010 alle 9:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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