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Espressioni.
post pubblicato in Diario, il 28 febbraio 2006

Ci sono delle facce che parlano. Visi di anziani con sopra rughe, e dentro ogni piega, giorni di vita. Sorrisi raggianti di ragazzine alle fermate dell’autobus, nasi rossi dal freddo e pieghe nelle guance a comunicar disgusto. Parole che si fan gesti e gesti che si fanno immagini. Le immagini, espressioni. Basta che gli angoli della bocca si muovano in su e il viso si fa raggiante. Mezzo centimetro di forza di gravità ed è tristezza. Cinque millimetri. Forse meno. Occhi dai quali partono raggi invisibili sui quali appoggiarsi per lasciarsi portare lontano, nasi che si arricciano a quell’odore o quel profumo. Anche il corpo ha il suo linguaggio, ovvio, ma è coperto, il più delle volte. I visi, parlano sempre.
Guardami e, nel silenzio sospeso di un incrocio di sguardi, dimmi qualcosa.
Ascolterò.




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Nuovi tragitti.
post pubblicato in Diario, il 28 febbraio 2006

Cambiando casa, temporaneamente appoggiato, ho cambiato abitudini e, soprattutto, tragitti. Ogni autobus, treno, metropolitana o tram ha il suo microcosmo, è un dato di fatto. Lasciando il mio abituale Caronte ho perso una piccola realtà, fatta di certezze mattutine e accompagnatori serali. Ho perso la fatina, ho perso l’attimo in cui prendevo in mano il notes per scriverti poesie o per imprimere su carta un autoritratto, non ascolterò più i tre abitanti del surrealismo. Mi spiace averli lasciati, seppur per un lasso di tempo circoscritto. Sul nuovo autobus, però, la sensazione del Rave Party e l’afrore mattutino, come gli occhi delle donne, rimangono.




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Home sweet home.
post pubblicato in Diario, il 27 febbraio 2006

Quando la lasci, la lasci così. Dopo dieci anni di conforto e calore, una decade ad entrarci dentro e trovare ristoro, una scopata veloce ed ognuno per la sua strada.
Poche parole, con te è come parlare ai muri. Sei stata rossa, verde, azzurra. Sei stata calda, fredda, giusta. Severa con i tuoi specchi, accogliente con le tue trapunte. Chiusa, aperta. Hai profumato d’incenso e candele, di fritto e lasagne. Ho iniziato ragazzo con te, ho finito padre (sempre ragazzo, ovvio). Ora, spoglia di qualsiasi cosa possa riportarti a me, giro una chiave e me ne vado. Ti lascio per un'altra. E’ un po’ mi dispiace, davvero, ma era inevitabile. Ciao casetta.




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Comunicazione di disservizio.
post pubblicato in Diario, il 21 febbraio 2006

Chiudo.

Mi sto allenando per la finale olimpica di "giochiamo al dottore" e non ho assolutamente il tempo per scrivere e leggere. Dopo la gara, che si svolgerà presso l'ospedale Eva Henger di Budapest, a lei intitolato per le innumerevoli opere di pene, tornerò. (Forse)
Nella foto allegata, gli estenuanti allenamenti. E' dura essere un atleta. Molto dura. Ore ed ore (a far l'amore, io e te). Ma son soddisfazioni.



Ok, va bene, non sono credibile. E' che mi sto allenando per le finali di "mi addormento sul divano". Ieri miglior prestazione stagionale, 12 secondi, senza deduzioni tipo "tisana" o "porta a porta". Tutto mio. Stavolta vado a medaglia. 

Ancora poco credibile. Uffa.

Ok, CHIUDO PER TRASLOCO. Ma per poco. (Forse).

Vi ricordo ancora di regalare un finale ad Andrea Ponticello.

Ed il compleanno della mia bambina.




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Sere.
post pubblicato in Diario, il 21 febbraio 2006

Abbracciati sul divano, accoccolati come solo padre e figlia, mentre la TV regala fantasmi azzurri che volteggiano sul ghiaccio e l’emozione sale, ti accoccoli un po’ di più.
”Io da grande voglio diventare come quella lì”, la indichi col mento, “si chiama anche come me.”
”Domani fai sette anni, è una data importante. Papà a sette anni ha deciso cosa voleva diventare, proprio come te.”
Ti alzi un po’ e mi guardi con quegli occhioni marroni mentre gli applausi scrosciano in un Palavela gremito.
”Hai scelto che volevi essere mio papà?”.
”Quando avevo sette anni ho scelto che volevo diventare un pittore. Ero bravo con i colori, proprio come te.” Sgrani gli occhi.
”Ma tu non sei un pittore!”
”No, perché ad otto ho deciso che volevo diventare centometrista, a nove calciatore, a dieci chitarrista.”
Ti accoccoli di nuovo sotto la trapunta. “Come me che l’altro anno volevo diventare ballerina.”
”Proprio così, ogni giorno c’è un sogno. Averlo è l’importante, cosa sia è un dettaglio.”
”Ma tu quando avevi sette anni che facevi?”
”L’unica cosa che ricordo è che tua nonna mi metteva dei pantaloni marroni di velluto e un cappotto verde e mi sentivo una specie di albero.”
Ridi, come solo tu sai fare. Una risata piena e divertita. Poi silenzio, sul ghiaccio un’altra coppia di angeli.
”Io ti voglio bene, papà.”
”Anche io, lo sai.”
”Si. E sono contenta che non mi vesto come un albero.”
Poi sorridi di nuovo mentre ti bacio i capelli.

Auguri piccolina.




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