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Aiutatemi (detto alla De Sica, mica no).
post pubblicato in Diario, il 30 giugno 2006

Hai presente la pubblicità dei telefonini, quella dove c’è Christian De Sica? Ecco. Mi ha anticipato il terrore di qualche giorno. Ai primi di luglio si respira aria di ferie e m’invade il panico. Il mondo va in vacanza e si prepara, felice, a questo evento annuale. Io no. Già la decisione di dove andare è ardua, la signora Ofyp pone veti di ogni tipo. Lì no, l’acqua è alta. Lì no, l’acqua è bassa. Lì fa freddo, lì fa caldo, lì medio. Lì è lontano, lì vicino. Bon, deciso, si va al solito posto.
Prepariamo i bagagli. E’ un compito del quale si occupa la signora (tranne la roba tua che non so cosa ti vuoi portare). Si finisce con quattordici borsoni, sette beauty, quindici valigie e sacchetti sparsi. Poi c’è il mio zaino. Inizia un tetris di settantaquattresimo livello con la macchina. Ho un pulmino ma sembra una smart, a luglio. Con fatica e sudore enorme, che la medusa spiaggiata sui miei addominali (si chiama Franca) si stacca e si accende l’aria condizionata, riesco a fare stare tutto. La famiglia arriva, le bambine con bambole, bamboline, libri, videocassette e una serie di ammennicoli per riempire degnamente il lato posteriore della vettura. La moglie con i tre borsoni rimasti, quelli che ti portano giù a sorpresa, quelli che devono stare nell’abitacolo perché metti che succeda qualcosa. Dentro ci sono dai medicinali all’incudine, si sa mai che si debba forgiare una spada al casello. Poi si parte, con me alla guida con un sacchetto anche fra i pedali. Dieci giorni in Romagna che sembrano sette anni in Tibet.
Accendo la macchina, controllo ad occhio se sono tutti allacciati bene, guardo la moglie. Sta facendo respirazioni pre-parto fissando un moscerino spiaccicato sul parabrezza. La riguardo e le chiedo se c’è qualcosa che non va, non risponde. Poi, senza smuovere lo sguardo, mi dice, con voce da malato terminale: “Vai pure, ho solo un po’ di nausea, soffro la macchina, lo sai.” E sono ancora fermo. Parto, piano, senza sussulti e le bambine dietro iniziano a tirarsi le bambole. Al primo semaforo, la signora inizia a dire che le scappa la pipì. Guardo l’ora, sono le 8.31, un minuto esatto dalla partenza. Poi inizia il valzer dell’aria condizionata. Fa freddo, caldo, medio, va bene ma. Imbocco l’autostrada, piano. La moglie si fa muta, per evitare di vomitare nel sacchetto con le patatine e poi, più o meno al casello della tangenziale, mi spegne la radio che l’aria condizionata le ha fatto venire mal di testa. Poi inizia a fare “oioioioi” toccandosi la schiena. Poi si leva le scarpe e mi piazza i piedi sul vetro, marchiandoli per sempre che la Renault mi farà causa per danni all’immagine. Dopo aver pagato un euro e venti cent e imboccato la Torino-Piacenza, si fa tutto più tranquillo. Si addormentano tutte e tre, salvo svegliarsi in prossimità di ogni autogrill al grido: pipì!
Ha ragione De Sica.
Aiutatemi.




permalink | inviato da il 30/6/2006 alle 8:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (23) | Versione per la stampa
Pensieri sparsi (su un divano bordeaux).
post pubblicato in Diario, il 29 giugno 2006

Ho visto questo video. Lo guardo e lo riguardo. Dilwica, splendida, grazie.
Brividi forti percorrono le braccia e la schiena. Anche la colonna sonora, caspita, aiuta i peli delle braccia ad alzarsi in piedi. Persone che conosci da un po’, altre da sempre, la maggior parte è un prendere forma di parole scritte, di commenti a post. Bellissimi. Come se ci conoscessimo da anni. Ma non di quelli che dopo un po’ stressano per il tal locale e si annoiano, tristi. No. Di quelli che un posto va bene, basta stare insieme. E mi manca, un po’, questa situazione. Non solo questa. Tempi in cui si andava tutti insieme e bastavano le persone per essere felici, allegri. La vita, poi, le macchine, i lavori, le donne, gli uomini, e ti perdi. Poi arrivano 19 persone e mezza, tutte insieme, e torni indietro nel tempo stando fermo. E ti senti te stesso.
Ogni tanto, quando incontro determinate persone, penso a cosa sarebbe successo se fossero entrate nella mia vita con un tempo diverso. Mi viene un po’ la paura, quando faccio questi pensieri, di vivere un po’ a forza, un po’ perché ormai. Una frase che ho sempre odiato. Tanto ormai. Due parole, una morte dentro. Per me non ci sono ormai, al massimo dei magari. Perché, una volta l’ho detto, che scrittore sei se non abiti un sogno? (Che poi, scrittore, è un po’ troppo, forse artista posticcio andrebbe meglio). Ecco, allargando. Che persona sei se non abiti in un sogno? Non succede nulla, lì. Stai bene o male, poi finisce e ritorni quel te stesso che gli altri vogliono. Chi mi conosce bene lo sa come sono. Poi ci sono sogni che diventano realtà, anche solo per pochi attimi, per un sms, una telefonata, un pranzo, un giorno o poco più.
Regalami il tuo sogno, cantava Ligabue. Te lo conserverò, te lo custodirò. Ormai sono un tutt’uno, l’uomo e il sogno. E non vorrei squillasse mai, la sveglia. Perché nei sogni puoi essere chi vuoi, anche un folletto dal cuore morbido, te stesso.





permalink | inviato da il 29/6/2006 alle 11:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa
Dall’altra parte del sorriso.
post pubblicato in Diario, il 28 giugno 2006

E’ la sera il momento in cui ci si spoglia. I bambini vanno via ridendo, gli adulti li prendono per mano e li portano con se, i clown si struccano e svelano allo specchio rughe e pensieri. Accendono una sigaretta, per pura compagnia, per baciare qualcuno, mentre cerone e rossetto passano dal volto al cotone. Il pubblico si è divertito e cammina veloce verso casa, attorniato dal vociare dei bimbi e dai rimproveri di genitori stanchi. Il pagliaccio si guarda per quello che è, senza il colore ed il fragore addosso, senza le risate che gli danno quella parvenza di vita felice, senza più essere al centro della pista. Indossa abiti semplici ed esce dalla roulotte, a camminare fra gli altri abitanti del circo, tutti nudi e vulnerabili quando le luci sono spente, ad immaginare vite diverse, senza dire una parola. Guarda il cielo, finalmente non offuscato dal tendone e dai trapezisti, guarda se stesso, finalmente senza trucco e giochini stupidi. E pensa di aver regalato, per un minuto o una sera, qualcosa di cui parlare, ridere, ricordare, mentre una lacrima scende, fra mille perché, duemila però e migliaia piccoli show.




permalink | inviato da il 28/6/2006 alle 8:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa
Cicale.
post pubblicato in Diario, il 27 giugno 2006

Stasera sento i grilli, o le cicale, non so. Da cittadino non ho mai capito se quel frinire continuo è dell’uno o dell’altro insetto. Credo il secondo, perché anche nelle favole i grilli fanno solo cri-cri. Poi scoprirò che è il lampione, ma stasera sono cicale, nella testa e nel cuore. Suonano in concerto, mentre le formiche guardano perplesse, assonnate a quest’ora tarda, stanche per una giornata di duro lavoro. Le ho sempre invidiate, le formiche. Si fanno un culo incredibile e non si lamentano mai, un po’ come me, che son qui che sbadiglio e scrivo, scrivo e sbadiglio, incantato da un lampione travestito da insetto fastidioso e dolce. Ogni tanto vibra il tavolo e sussulto un po’. Poi lascio scorrere le mani sulla tastiera e rileggo quello che ne è venuto fuori. Perché, a volte, sono le mani che governano il mio mondo, le sensazioni, i sentimenti. Pigiano leggere e veloci i tasti e ne escono frasi che riguardo, consapevole di avere scritto solo perché sono da solo, davanti a pixel che si anneriscono, cercando di colorare la notte che si affaccia al balcone per entrare prepotente e riportarmi nel mio sogno.

Riportami laggiù,
dove si respira lenti,
dove l’aria e più frizzante,
dove il caldo è il tuo corpo
e l’umidità è un bacio.

Riportami laggiù,
dove si sospira insieme.
dove l’aria si fa carica,
dove il caldo non c’è più
e si fondono gli umori,

Riportami laggiù,
dove non si fiata insieme,
dove l’aria vibra piano,
dove il caldo ormai è un abbraccio
e le persone cambiano,

diventando amori.




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Mille bolle blu.
post pubblicato in Diario, il 26 giugno 2006

Avrei da spendere duemila parole, forse di più. Ma mi rendo conto che, poi, il post qui sotto va bene lo stesso. Aggiungerei giusto le bolle di sapone in metropolitana e la sensazione di quando stai bene, il sudore e i discorsi un po’ a metà, i sorrisi aperti e le battute forti.
Grazie, davvero. A lui e a tutti loro. E non riesco a scrivere una parola per tutti, ora, che un corso mi attende e il tempo è tiranno, come lo fu ieri, come fa sempre.




permalink | inviato da il 26/6/2006 alle 9:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa
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